Universo: i molti aspetti del Tutto

Simone Lentini/ 31 Dicembre, 2019/ Astronomia, Cultura

Mi piace definire l’Universo come l’insieme di ogni cosa cosa che è stata, è e sarà. Dalla particella subatomica alle forme di vita, dai pianeti alle migliaia di galassie che intessono strutture cosmiche a grande scala, perdendosi negli abissi cosmici: tutto ciò è Universo. Da qualche parte in quella parola ci siamo noi, incapaci il più delle volte di afferrare il nostro suolo in quelle vastità cosmiche. Volendo usare una frase di Carl Sagan:

Le dimensioni del Cosmo vanno ben oltre l’ordinaria compresione umana. Persa da qualche parte tra l’immensità e l’eternità è la nostra piccola casa planetaria. In una prospettiva cosmica, molti degli interessi umani sembrano insignificanti, persino ridicoli. Ancora la nostra specie è giovane e curiosa ed orgogliosa ed appare promettente.

— Carl Sagan (1980), Cosmos.

Insomma, c’è speranza che un giorno l’Umanità possa capire qual è il suo posto nell’Universo. Ancora nello stesso testo Sagan afferma:

Per lungo tempo, come esseri umani, abbiamo cercato il nostro posto nel Cosmo. Dove siamo? Chi siamo? Abbiamo capito come noi si viva su di un pianeta insignificante di una stella noiosa, persa in una galassia, buttata in un angolo remoto dell’Universo nel quale ci sono più galassie che persone.
Questa prospettiva è una coraggiosa continuazione della nostra propensione a costruire e testare modelli mentali dei cieli: il Sole come una pietra rovente e calda, le stelle come fiamme celesti, la Galassia come spina dorsale della notte.

— Carl Sagan ibidem.

Ancora l’Umanità gettata malamente, quasi contasse poco, in un luogo talmente vasto da confonderne la mente. Eppure l’accento qui è sulla capacità dell’Uomo di immaginare e modellare i cieli. Va al tentativo tutto umano di comprendere l’Universo e quindi comprendere sé stesso. Allora viene da porsi una domanda: come le diverse culture hanno cercato di afferrare il Cosmo? Basta guardare semplicemente la parola usata per indicarlo.

Dalla particella subatomica ai superammassi di galassie, l’Universo è tutto ciò che è esistito, è ed esisterà. Credit: NASA.

Partiamo da una cultura vicina alla nostra. Materialmente cosa significa universo? Il termine è di origine latina ed afferisce ad una serie di quattro aggettivi e pronomi indefiniti.

omnis: ognuno, ogni cosa. Indica ogni elemento in un dato insieme.
totus: tutto. Indica la totalità dei componenti l’insieme.
cunctus: tutto quanto. La totalità degli elementi, senza lasciare nulla indietro.
ūniversus: un composto di ūnus, uno, e versus, rivolto. Il significato complessivo è quello di totalità considerata come unità. L’Universo è quindi la totalità delle cose create considerate come un’unica entità. La pluralità che si risolve nell’unità. C’è un che di divino. Ed è qualcosa che ritornerà presto.

E il greco? Per indicare il Creato, non si fa tanto affidamento alla totalità delle cose create, quanto al fatto che tutto è guidato dalle leggi fisiche. E legge significa inevitabilmente ordine. Non ci stupisca allora se il termine per Universo in greco è kósmos (κόσμος), ordine. Ma non solo. Proprio perchè l’Universo è kósmos/ordine, l’ordine stesso comporta armonia, bellezza. Non a caso kósmos significa bello. Il verbo kosméō (κοσμέω) significa io ordino, io adorno. La cosmetica è l’arte dell’imbellettarsi. Se Universo è la totalità delle cose create, Cosmo è l’ordine delle leggi fisiche che rendono armonioso il Creato. L’Universo è ordinato e bello, armonioso: non può non venire in mente il Canone di Policleto, che descrive proprio l’armonia delle forme umane nell’arte greca.

Il persiano ha il termine jahân (جـهـان) che deriva dall’avestico gaēθā-, creatura vivente. Da creatura vivente a creato il passo è breve. Così gli antichi persiani puntavano il dito non tanto all’Universo in quanto totalità delle cose create, quanto alle totalità delle creature viventi: Jahân, l’Universo, è la vita o, meglio, è la Vita. Ed ancora una volta non è un caso: i seguaci di Zoroastro quali erano i persiani prima della conquista musulmana, tengono in grande considerazione le creature viventi.

E gli hindu? L’India è da sempre una terra di profonda riflessione e contemplazione interiore. In quella terra forse sono fiorite più scuole di pensiero di quante ne siano fiorite in Occidente. Come non si può non citare il Buddhismo che, prima di essere una religione, è un modo di pensare e di vivere? V’è una tendenza delle fedi indiane a sviluppare una moltitudine di divinità. Ma alla fine quella moltitudine divina è solo l’aspetto esteriore di un’unica entità primeva ed eterna; è l’Uno che si nasconde dietro i molti aspetti del reale. In altre parole è la definizione stessa di Universo che ritorna: le fedi indiane sono un Monoteismo travestito da Politeismo. Non bastasse ciò, sono profondamente conscie della Realtà che le circonda: temi come la coscienza, la mente, lo spirito e la parola, la loro relazione con l’Universo permanente e l’Ente Impermanente, dal quale tutto deriva, ricorrono spesso nelle indagini filosofiche indiane.

La lingua antica dell’India è il sanscrito, una lingua sorella del persiano e parente del greco e del latino. Non ci si stupisca quindi di trovare analogie e omonofonie. Ma veniamo al termine che usavano le varie scuole filosofiche per indicare il Creato. Tante scuole, pochissimi termini. Il primo termine è jagat (जगत्), universo, mondo, che deriva dalla radice gam (गम्), muovere. Ma jagat significa anche corpo in quanto dimora dell’anima, significa moltitudine di animali: è l’Universo in qualità di luogo vitale che ritorna. E la vita è tale perchè in movimento. Jagat è il movimento del Cosmo in quanto creatura vivente. Il termine víśva (विश्व) è sia aggettivo che sostantivo. Come aggettivo riprende tutti i quattro termini latini che indicano la totalità. Significa ogni cosa, tutto, l’intero. Al contempo significa qualcosa che pervade tutto, onnipresente. Come sostantivo maschile indica la capacità di percepire la propria individualità nella Realtà, come dire riconoscere il proprio posto nel Creato. E di conseguenza riconoscere i propri doveri e diritti nei confronti di esso: è l’augurio taciuto di Sagan nel primo pezzo sopra citato. Il termine víśva come sostantivo femminile significa universo, mondo. Infine l’ultimo, brahmāṇḍa (ब्रह्माण्ड), universo, mondo, uovo di Brahmā. Il termine è in realtà un composto, derivando da brahmā, Brahmā ed aṇḍa, uovo. Qui bisogna entrare nella mitologia dei testi hindu.

L’Universo indiano è un luogo in perenne mutamento (vedi jagat che deriva proprio dal concetto di muovere). L’Universo nasce, si mantiene e muore in un ciclo continuo di nascita e distruzione, muovendosi nel tempo in varie yuga, ere. Tre divinità sono predisposte a tale attività. Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Delle tre il primo è la personificazione di una realtà metafisica impermanente, il brahman, che è all’origine dell’Universo e che lo pervade. Nel momento in cui il brahman pervade una creatura vivente, diventa Ātman, anima, il sé, il principio primo della coscienza. Pare quasi di leggere in chiave filosofica il concetto di vuoto quantistico come luogo soggetto a creazione continua di particelle ed antiparticelle: da fluttuazioni di quel vuoto sarebbe nato il Cosmo. Il concetto è collegato a quello di Hiraṇyagarbha, l’uovo d’oro, il germe universale, il principio dal quale l’Universo è nato: una versione antelitteram della singolarità iniziale del Big Bang. Nel Ṛg Veda è scritto che l’Hiraṇyagarbha è

il dio tra gli dei: nessun altro dio viene prima di lui.

— Ṛg Veda 1-10

Dalla schiusa dell’uovo d’oro deriva Puruṣa, l’entità cosmica che verrà sacrificata dagli dei per vivificare l’Universo. Nei testi più tardi lo stesso è identificato con il brahman, per cui diviene entità primordiale ed eterna, sorgente di tutti gli universi passati e futuri. Un ultimo accenno alle tre divinità. Si dice che, finchè il Cosmo avrà vita, Brahmā andrà volando su di un’anatra, che Viṣṇu andrà riposando sulle spire del serpente Ananta (l’infinito) e Śiva andrà danzando in una danza senza fine. Nell’istante in cui le tre divinità porranno fine alle loro attività, l’Universo avrà fine ed il suo corpo verrà posto su di una pira. Dalle sue ceneri (il serpente Ananta già citato), come una fenice, un altro Universo vedrà origine.

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Śiva Naṭarāja, il Danzatore Cosmico. Il dio è immaginato danzare fino alla fine dell’Universo. Quando egli avrà cessato di danzare, il Tutto avrà fine.Credit: Wikimedia.

Come si vede l’Universo hindu è decisamente complesso. Molte scuole filosofiche posteriori ed i relativi testi si sono impadroniti di figure di scuole e testi più antichi. Il risultato è stato una commistione incontrollata di figure che si fondono e si confondono. Una cosa però è certa: l’Universo dell’India è un luogo soggetto a trasformazioni cicliche. Esso  muta continuamente nel tempo in quanto creatura vivente soggetta al decadimento che la vita implica. Morendo e nascendo l’Universo è una creatura soggetta anche al ciclo delle reincarnazioni, la saṃsāra, un ciclo che non risparmia nessuno, nemmeno gli dei. L’Universo è soggetto al distruttore per eccellenza, Kāla, il Nero, un aspetto di Śiva che altro non è che il nome sanscrito del Tempo! Come aspetto del Tempo che tutto distrugge, Śiva è associato a Kālī, la Nera, la distruttrice, aspetto femminile del Tempo. Kālī è la terrifica dea della distruzione e della morte, cosparsa di ceneri, orribile nell’aspetto, colei che indossa collana e gonna di teste mozzate e che si circonda di cadaveri ed abita i luoghi delle pire. In quanto essenza del tempo è temuta perchè ricorda la mortalità della vita. E’ stabilito che alla fine dei tempi, la fine definitiva, quando tutto l’Universo si dissolverà, giungerà Mahā Kālī, la Notte Assoluta. Sarà il triono del potere distruttivo del Tempo (Kāla/Kālī). Superata la paura della morte (rappresentata da Kālī), la dea terrifica rivelerà per la sua sublime bellezza. La Notte Assoluta sarà la più fulgida delle notti, la beatitudine sarà immensa, la pace infinita. Placato il suo potere distruttore, il Tempo muterà in Eternità. E’ il Nirvāṇa: l’estinzione nella pace ultima.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/89/Kali_by_Raja_Ravi_Varma.jpg

Kālī, dea terrifica della morte, è rappresentazione femminile del potere distruttivo del Tempo. Adorata con rispetto perchè, pur ricordando la mortalità delle creature viventi, essa è in realtà l’Eternità di beatitudine e pace infinita che attende le creature dopo la dissoluzione ultima. Credit: Wikimedia.

Il destino ultimo del Cosmo è ben diverso dalla Notte Assoluta di pace e beatitudine che la terrifica Kali promette. Vero, l’Universo potrebbe finire nell’oscurità assoluta a miliardi di anni da ora, un tempo impossibile da calcolare e concepire. Verrà un momento in cui il Cosmo sarà popolato solo da buchi neri i quali tenderanno a dissolversi. Ciò che rimarrà sarà un Cosmo freddo, ormai uniforme per temperatura ed in espansione, forse accelerata. Cosa accadrà dopo, è questione di modelli. Si può dire che la mente hindu aveva le idee decisamente più chiare in proposito. Ed erano senza dubbio preferibili alla fine cosmica che si prospetta nel video sotto riportato.

Simone Lentini

 

 

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