Digressione sulle costellazioni (III e ultima parte)

Simone Lentini/ Agosto 24, 2020/ News

Stelle e sidericidii: ascesa, gloria e morte delle costellazioni

1. Presso Arato

Stelle e costellazioni di rado vengono trattati dai Greci. Dopo le vaghe menzioni nei testi omerici e di Esiodo, che citano Orsa, Orione, Arturo, Sirio, Pleiadi ed Iadi, non abbiamo citazioni sporadiche, qui e lì, quasi per caso. Ci sono testi astronomici di cui poco è pervenuto e che sembrano trattare in modo superficiale l’argomento. Una svolta si ha con Eudosso di Cnido (408-355 a.C.), che decide di scrivere opere in ambito matematico e astronomico, una delle quali sarebbe stata ripresa da Arato di Soli (315-240 a.C.) nel suo testo Fenomeni e Previsioni.

Si tratta di un poema in versi, composto di due parti. Nella prima viene descritto il Cielo stellato e le costellazioni; nel secondo vengono illustrati alcuni segni celesti che possono interpretarsi come previsioni per l’evoluzione del tempo. Arato è il primo che si domanda come nacquero le costellazioni. Sono lontani i tempi degli dei, delle meraviglie omeriche: in un’epoca ormai protesa alla scienza, le costellazioni sono scoperte degli uomini.

Che non si sia più in vena di meraviglie (Omero aveva scritto tà teírea (τὰ τείρεα), “prodigi”, per indicare stelle e costellazioni), lo si capisce sin dall’inizio. Arato scrive, nei Fenomeni (vv 10-13) che Zeus:

…I segni li fissò nel firmamento
distinguendo le stelle
lungo il corso dell’anno, e predispose
quegli astri
che agli uomini potessero fornire
sulle stagioni indizi ben precisi
per fare germogliare stabilmente
ogni coltura…

Qui, per indicare segni usa il termine sē̂ma (σῆμα), “marchio”, “segno”, “segnale”, “presagio”. Le costellazioni non sono più meraviglie celesti, ma marchi impressi nel Cielo stellato, con le stelle che, è vero, a volte possono diventare presagi, come più volte dimostrerà Arato nella parte finale della sua opera. In questo testo l’autore manifesta l’utilità delle costellazioni: Zeus dispone i segni celesti perché l’uomo li usi per fini agricoli e non solo. Arato dà inoltre una spiegazione di come nacquero i nomi delle stelle e le costellazioni (vv 367-383):

… Altre stelle…
…sono anonime
e infatti non si stagliano formando
le membra di un’immagine compiuta…
Qualcuno degli uomini d’un tempo
ebbe il pensiero e formulò l’idea
di dare a tutte un nome
e senz’altro una forma.
Non poteva certo,
se erano ognuna per suo conto,
dar loro un nome,
né poteva distinguerle,
infatti sono molte e dappertutto […]
Perciò pensò di radunare gli astri,
disponendoli l’uno accanto all’altro,
in modo che formassero figure.
E subito le stelle ebbero nome
e non c’è stella adesso che stupisca
nel momento in cui sorge,
ma appaiono tutte allineate
in limpide figure.

Nell’indicare come esistano piccole stelle prive di nome, emerge qui un contrasto con quanto detto prima, ovvero che Zeus pose i segni nel cielo a che l’uomo potesse utilizzarli per i suoi scopi. Ora qui emerge come sia stato l’uomo dei tempi andati a raccogliere le stelle in gruppi e dare loro un nome. Quindi chi creò le costellazioni? Zeus o l’uomo? L’apparente contraddizione si risolve facilmente. Zeus creò le stelle ed ad alcune dette una forma. Quando l’uomo dei tempi antichi scoprì quelle forme già create, si limitò a dare loro un nome. Le stelle che non erano state disposte in forme prestabilite dagli dei, rimasero prive di nomi.

 

2. Presso gli alessandrini

Se Arato quindi parla di stelle formate degli dei e di uomini antichi che a quelle forme dettero un nome, si ritorna invece indietro con i Catasterismi dello Pseudo-Eratostene. Il testo fu scritto forse in età alessandrina, ma quel che ci è pervenuto è niente più che un riassunto di fine I secolo. E’ associato al nome di Eratostene (274-195 a.C.). Il termine katasterismós (καταστερισμός) “piazzato tra le stelle” è un racconto mitologico che illustra l’origine di una stella o costellazione. O pianeta. Nei Catasterismi vengono elencate le costellazioni dell’epoca, in numero di 42 e, bene o male a tutte viene associato, non solo un racconto mitologico, ma una sorta di precetto o monito, che è anche il motivo per il quale la costellazione fu creata. Viene quindi descritta la singola costellazione.

Il motivo per cui alcune costellazioni appaiono deboli o mancanti di parti, è illustrato con un motivo mitico. L’Ariete appare debole perché donò il suo vello dorato a Frisso; Argo Navis è mancante della prora perché questa fu danneggiata dalle rocce Simplegadi, e così via.

Rivive quindi il concetto di costellazione forgiata con uno scopo, stavolta etico e morale. Se per Arato le costellazioni erano frutto di Zeus a che gli uomini le usassero per scopi pratici, le costellazioni dei Catasterismi sono nulla più che insegnamenti, moniti, precetti, commemorazioni di gesta.

Emerge anche un’altra differenza sostanziale. Alcune costellazioni sono gli stessi esseri viventi protagonisti del mito che vengono mutati in costellazioni. Altre, invece, sono semplci rappresentazioni, disegni fatti di stelle dagli dei per commemorare il dato protagonista. Come distinguere le due? L’essere vivente viene posto tra le stelle nel primo caso. Nel secondo invece un’immagine viene creata ex novo, alla stregua di un disegno o un quadro per rappresentare qualcosa. In latino le due si potrebbero distinguere chiamando le prime simulacra, “immagini” o “visioni”, mentre le seconde sarebbero chiamate effigies, “disegni”. Le Orse e l’Ariete, per esempio, sono simulacri perchè vengono posti tra le stelle. Invece il Triangolo è un’effigie. Sia i simulacri che le effigi sono chiamate con termine unico signa, “segni”, ma soprattutto “marchi” perchè marcano, il Cielo di un’immagine e di un significato allegorico.

Costellazione Rappresenta In cielo perchè
Andromeda posta da Atena a ricordare il coraggio di Perseo
Acquario Ganimede posto da Zeus perchè degno di essere coppiere degli dei
Aquila posto da Zeus perchè dà presagio favorevole a Zeus prima della battaglia con i Titani
Altare posto dagli dei a commemorare il giuramento prima della battaglia con i Titani
Argo posta da Atena, invita i marinai a non disperare durante le tempeste o i naufragi
Ariete ariete del vello d’oro raggiunge il cielo dopo aver portato in salvo Frisso ed Elle
Auriga Erittonio commemora l’inventore del carro nonchè re di Atene
Capella Amaltea rappresenta la gratitudine di Zeus verso la propria nutrice
Bootes Arcade rappresenta l’amore di Zeus per Callisto
Cancro posto da Era per essersi opposto ad Eracle
Cane Maggiore il cane di Cefalo posto da Zeus per risolvere un paradosso: il cane era destinato a prendere sempre la sua preda, questa rappresentata da una volpe che aveva il dono di sfuggire sempre.
il cane di Orione è segno di fedeltà verso il padrone
Cane Minore evidenzia l’amore per la caccia di Orione
Capricorno Aegipan è cresciuto con Zeus ed accompagnò il re degli dei nella lotta contro i Titani, mettendoli in fuga con il suono del suo corno.
Cassiopea rappresenta la hybris nell’essersi dichiarata più bella delle Nereidi
Centauro Chirone ferito con una freccia avvelanata e non potendo morire perchè immortale viene posto tra le stelle quale segno di pietà da Zeus
Cefeo posto da Atena a rappresentare la codardia
Cetus posto a commemorare le azioni di Perseo
Corona posta da Dioniso per vantarsi con gli dei
Cigno la forma assunta da Zeus per conquistare Leda piazzato da Zeus a commemorare la sua conquista
Delfino il delfino mandato da Poseidone a cercare Anfitrite piazzato da Poseidone per il servigio reso e dopo averlo altamente onorato
Drago il drago Ladone, guardiano delle Esperidi piazzato da Era per il suo servigio
Fiume Eridano o Nilo nessuna in particolare
Gemelli Castore e Polluce posti in cielo da Zeus a commemorare la fedeltà l’uno all’altro
Iginocchiato Eracle, Prometeo, Orfeo posto da Zeus a memoria delle sue gesta eroiche (se rappresenta Eracle)
Idra, Corvo e Coppa posto da Apollo come monito a non mentire agli dei
Leone per alcuni è onorato da Zeus in quanto re delle bestie,m a i più dicono che sia posto tra le stelle a commemorare la prima fatica di Eracle
Lepre posta da Ermes a onorare la velocità dell’animale
Lira la lira di Orfeo morto Orfeo la lira è posta da Zeus perchè lo strumento non è degno di nessun altro cantore
Ofiuco Asclepio posto da Apollo a commemorarne la sua abilità curativa
Orione posto da Zeus su richiesta di Artemide a commemorarne il coraggio
Cavallo Pegaso
Ippe figlia di Chirone posta da Artemide lontana dal Centauro, dopo esser stata violata da Eolo; è mutata in cavalla per la vergogna dinanzi al padre Chirone
Perseo posto da Atena per le sue gesta
Pesci i pesci figli del Pesce Australe
Pesce Australe posto da Afrodite (?) per aver salvato Derceto
Freccia posto da Apollo, a cui appartiene, per ricordare la sua servitù presso Admeto
Sagittario Croto, amato dalle muse, inventore dell’equitazione su richiesta delle Muse, posto da Zeus in memoria della sua abilità con i cavalli
Scorpione posto da Zeus quale eterno esempio d forza e potere
Toro il toro che portò Europa a Creta posto da Zeus quale onore per il suo servizio
Io posto da Zeus in onore della ninfa Io, da lui amata e mutata da Era in giovenca
Triangolo posto da Ermes ad evidenziare l’Ariete, oltre ad essere la prima lettera del nome di Zeus (Dios)
Orsa Maggiore Callisto posta da Zeus per salvarla dalla morte che Arcade sta per darla
Orsa Minore Fenice posta da Artemide dopo che la ninfa è violata da Zeus e mutata in Orsa
Cinosura posta da Zeus a memoria del ruolo di lei come nutrice
Vergine Dike fugge dalla Terra dopo aver visto l’Umanità indugiare nell’ingiustizia

 

3. Presso i romani

Lo stesso concetto verrà ripreso dagli autori romani, Gaio Giulio Igino e Marco Manilio, che dedicarono alle costellazioni dei testi. Il primo (64 a.C-17 d.C.) scrisse il Poeticon Astronomicon, nel quale ripercorre le mitologie delle singole costellazioni, salvo poi passare alla descrizione fisica delle stesse. Il secondo (secolo I circa) invece scrive un vero e proprio poema astrologico in versi, composto da cinque libri. È un’opera monumentale nella quale viene elogiata l’opera di Dio nella creazione dei cieli e dei movimenti perfetti e sincroni ai quali sono soggetti.

Manilio descrive ancora una volta le costellazioni, fa vaga menzione dei miti ad esse afferenti e quindi illustra brevemente le costellazioni stesse, la luminosità delle loro stelle e la disposizione di queste. È interessante notare come anche qui si assista ad un tentativo di giustificare la creazione delle costellazioni. Anzitutto avverte il lettore (Libro I, vv 458-468):

Tu però non aspettarti figure simili a quelle corporee,
che ciascun membro ne rifulga con pari intensità,
e non abbia menomazioni né qualche parte scompaia priva di luce.
Non potrebbe il cosmo sopportare un fiammeggiare di tale portata
se tutte le costellazioni ardessero nella completezza dei loro corpi.
Quanto ha sottratto alle fiamme è risparmio per la natura, altrimenti
destinata a soccombere al peso, limitatasi appena a disgiungere
le forme e a mostrarne con stelle determinanti i profili celesti.
Una linea disegna le sagome, e vi si susseguono punti
di fuoco a punti di fuoco; il dentro va ricavato per induzione dal perimetro
e il retro dalla superficie: basta che non si celino per intero.

Chi si aspetta che le costellazioni siano figure completamente fatte di stelle, sbaglia. Le costellazioni sono figure che possono essere monche: parti possono scarsamente illuminate da stelle o mancare del tutto.

L’Ariete è debole alla vista perchè cedette il suo vello d’oro a Frisso. Il Toro è rappresentato solo con la parte anteriore e così Pegaso. La Nave Argo manca della prora perchè distrutta. Tuttavia, secondo Manilio, le stelle sono diffuse su quanto basta della figura rappresentata per delineare l’immagine nella sua complessità: il resto si deduce per induzione. A detta di Manilio è impossibile, quindi, che si scambi una figura per un’altra. Manilio spiega la presenza di costellazioni con parti deboli e parti mancanti dicendo che troppe stelle avrebbero rischiato di devastare il Cielo con il fuoco.

Come per Arato, anche per Manilio le stelle e le costellazioni sono opera divina, dichiarando a proposito del Cielo stellato e della sua immutabilità nel corso dei millenni (Libro I, vv 522-523):

Non ne videro un altro gli avi o ne contempleranno un altro
i posteri. Esso ha natura di dio, che non muta per l’eternità.

Il Cielo è immutabile: sopra le mura di Troia splendevano le stesse stelle che ardevano sopra i cieli della Roma augustea. Ma perché le costellazioni furono create? Manilio ha la risposta pronta: l’astrologia, nata quando la Natura (Libro I, vv 41-52):

Degnandosi di sollecitare per prime regali menti
che sfioravano vertiginose altezze ai limiti del cielo,
che soggiogarono genti selvagge là dove proprio è l’oriente,
quelle che solca l’Eufrate, e quelle su cui il Nilo trabocca,
per cui ritorna il sistema delle stelle e trascorre al di sopra di brune città.

Allora coloro che per il tempo intero della vita ebbero sacra cura dei templi,
sacerdoti eletti per pregare a nome del pubblico bene,
avvinsero Dio con loro zelo: ad essi infiammò gli animi puri
la diretta presenza della potenza divina,
e Dio stesso li levò fino a Dio e s’aperse ai suoi ministri.
Costoro soltanto dettero impulso all’onorata sapienza e primi con l’arte
loro vedere il fato imminente dal vagare dei pianeti.

Cosa possiamo dedurre da quanto detto fino ad ora? Possiamo dedurre come per gli antichi autori, almeno da Arato in poi, le costellazioni fossero figure reali, tridimensionali; alcune volte erano esseri viventi mutati in stelle (simulacri), altre volte disegni fatti con le stelle (effigi). In entrambi i casi erano dotate di un significato e scopo dato da Dio e plasmato ad uso e consumo dell’Uomo. Erano quindi segni o, meglio ancora, con termine greco, simboli.

Le costellazioni classiche erano profondamente complesse. Gli antichi riconoscevano nelle stelle più luminose il grosso della costellazione, il resto deducendosi dalle stelle più deboli, che con il loro grande numero davano volume, corpo alla figura.

La complessità delle costellazioni era caratterizzata dal fatto che erano dipinti tra le stelle non pochi dettagli. Nella Vergine c’era la spiga di grano, nel Sagittario i veli sulle spalle, gli scudi sul ponte della Nave Argo, le convoluzioni del flusso d’acqua dell’Acquario e le spire del Serpente e del Drago, per non parla dell’Idra. Tali dettagli sono riportati nell’opera di Claudio Tolomeo, un matematico, geografo, astronomo ed astrologo del I secolo, che scrisse un testo, destinato a passare alla storia con il nome arabo di Almagesto. In due dei libri che lo compongono ogni costellazione è identificata dalle sue stelle componenti, ognuna che occupa punti ben precisi dell’immagine. Ed ogni stella identificata anche dalla sua luminosità e posizione nel cielo.

 

4. Assassini di stelle

Cosa resta oggi di quelle figure di stelle create dagli antichi? Nulla! Il Cielo stellato è stato spazzato via dall e luci. Delle stelle deboli che un tempo completavano e davano forma alle costellazioni, non è rimasto nulla. Solo alle stelle più luminose tocca portare su di sé il significato e la forma dell’intera figura. Ma poche stelle, seppur luminose, non possono dare la forma perduta. Le costellazioni non sono più figure stellate, ma meri e freddi scheletri di stelle fioche nelle quali nemmeno la pareidolia riesce a riconoscere le forme gloriose di un tempo. Ormai tra quelle stelle l’uomo non vede né potrà mai vedere le figure mitiche di Perseo, di Andromeda, poste tra le stelle ad onorare il coraggio dell’eroe, non potrà mai più vedere il monito lanciato ai marinai in difficoltà dalla Nave Argo di non disperare. L’uomo moderno, tra le fredde stelle di un cielo ammorbato dalla luce, quando le vede, non vede altro che forme moderne e sterili. Vuote. Se preteso di mostrare le nobili e mitiche figure dei tempi passati, si ottiene solo la perplessità. L’incertezza. A volte lo sfottò becero.

— Ma davvero tra quelle stelle fioche c’è un uomo avvolto nella spira di un serpente?
— Si, c’è davvero.
— Gli antichi ne avevano di fantasia! Forse bevevano troppo!
— Già. È la nostra immaginazione che è morta. Spazzata via dalla troppa luce.

Se un antico greco guardava, per esempio, al Sagittario, vedeva davvero la figura di un centauro armato di arco. Vedeva la parte principale della costellazione nelle stelle più luminose, che davano un’idea dell’immagine. Quindi le stelle più deboli completavano e rifinivano di dettagli minimi la figura.

La costellazione del Sagittario. Le stelle più luminose disegnano il grosso della costellazione, là dove le più deboli danno corpo alla figura. Secondo i greci (e poi i romani) la costellazione rappresentava un centauro armato d’arco con dei veli sulle spalle, veli che sono rappresentati da stelle.

Oggi abbiamo inquinato il cielo di luci. Molte delle stelle deboli sono state spazzate via. Le costellazioni hanno perso corpo. Di loro non è rimasto che il banale scheletro: oggi, se vogliamo identificarle, dobbiamo disegnare delle linee che uniscono le stelle. E sono banali schemi vuoti, il più delle volte privi di una forma che riprende l’immagine rappresentata.

La costellazione del Sagittario come appare oggi in un cielo buio, di campagna. Sterili linee uniscono le stelle più luminose evidenziando una figura che a stento ricorda un arco, il resto essendo completamente insensato.

Le costellazioni, create ut homines meminissent, affinchè gli uomini ricordassero gesta e viltà degli uomini, sono state uccise.

Sono morti le storie e gli insegnamenti morali che si trascinavano dietro. Avevamo signa, marchi dotati di significato. Ora abbiamo vuoti schemi.

Abbiamo ucciso il Cielo stellato. Abbiamo ucciso secoli di creature generate dalla mente umana in rispsota alla meraviglia instillata dalla vastità stellata, forse popolata di spiriti ancestrali. Ecco cosa abbiamo fatto. Siamo sidericidi, assassini di stelle.

Simone Lentini.

Fonti

Arato, di Lanzara Gigante, V. (2018): Fenomeni. Garzanti
Condos T. (1997): Star Myths of the Greeks and Romans: A Sourcebook. Phanes Press.
Igino, di Chiarini, G., Guidorizzi G. (2009): Mitologia Astrale. Adelphi.
Manilio, di Feraboli S., Flores, E. (1996): Il Poema degli Astri. Mondadori.

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