Digressione sulle costellazioni (II parte)

Simone Lentini/ Agosto 24, 2020/ Astronomia, Cultura

Echi degli spiriti: fieri e nobili guerrieri micenei in un mondo abitato dagli spiriti

1. Lo scudo delle meraviglie

L’Umanità scolpì figure di stelle, guidata dalla naturale tendenza istintiva a vedere figure tra le stelle. Abbiamo già parlato di come le tradizioni aborigene guardino alle stelle come fonte di precetti e moniti, oltre che per fini di scansione temporale. Ma cosa sappiamo degli antichi greci e degli antichi romani? Come guardavano loro alle stelle?

Le prime testimonianze della letteratura greca ci arrivano dai poemi omerici, Iliade ed Odissea. L’Iliade narra degli ultimi scampoli della guerra di Troia, durata dieci anni e terminata con il sacco della città; l’Odissea illustra invece il viaggio di Odisseo verso la sua natale Itaca. Ora sui poemi omerici e soprattutto su Omero in quanto tale s’è parlato e dibattutto molto. Se sia esistito o meno, non è dato saperlo. Quel che di certo è che l’Iliade deriva dalla fusione di una serie di racconti correlati alla guerra di Troia, mentre l’Odissea si ispira ai nóstoi (νόστοι), “ritorni”, i racconti che trattano del ritorno degli eroi greci (Neottolemo, Menelao, Agamennone, Nestore, AIace Oileo) alle loro dimore, al termine della guerra.

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Busto di Omero. Copia del II secolo di un busto datato al secolo II a.C. La tradizione associa i testi omerici al poeta cieco di Chio. Ma potenzialmente i testi potrebbero essere stati scritti da più mani, raccogliendo la tradizione degli aedi che andavano cantando e trasmettendo così al popolo i racconti del passato. Anche i rapsodi, che ripetevano a memoria quanto appreso dai loro maestri. Il racconto che Odisseo fa dei propri viaggi ad Alcinoo ed alla sua corte, è un’eco degli aedi e dei rapsodi. Credi: Wikimedia.

Non si vuole entrare nei dettagli della questione omerica, ma possiamo dire quanto segue. Grossomodo i testi furono composti al principio del I millennio a.C., prima o dopo altri testi del ciclo troiano (Iliade ed Odissea sono gli unici testi del ciclo giuntici per intero, gli altri sono meri frammenti). Il mondo dipinto è quello della civiltà micenea, collassata intorno al 1200 a.C. a causa di invasioni dal nord. Tuttavia il modo di combattere e le armi stesse sarebbero più affini a quelle del medioevo ellenico, il periodo che intercorre tra il collasso delle città micenee e l’età arcaica (circa secolo VIII a.C.).

Se vogliamo parlare di come le stelle e le costellazioni sono concepite nei poemi omerici, ci ritroveremo a parlare della concezione delle stelle e delle costellazioni di un mondo, quello miceneo, che prosperò tra il 2000 ed il 1200 a.C., prima che invasioni dal nord ne mettessero a ferro e fuoco i vari centri (Non solo Micene, ma anche Argo, Tirinto e gli altri).

Di costellazioni Omero ne elenca un paio: l’Orsa maggiore, che chiama Orsa o Carro; Orione, quindi Arturo e Sirio, le Pleiadi e le Iadi. Sono costellazioni e stelle cospicue. Se Omero ne conosceva altre, però, non lo sappiamo. Gli asterismi e stelle suddetti sono menzionate occasionalmente, tra Iliade ed Odissea. Tuttavia compaiono quasi tutte insieme nell’Iliade, nel libro XVIII (vv. 483-489, quando Efesto fabbrica per Achille un nuovo scudo. Il dio orna lo scudo con diversi elementi e, nella fattispecie:

…Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l’infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il Cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orione
e l’Orsa, che chiamano col nome di Caro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orione,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano….

All’appello mancano Sirio, che compare in altri punti dell’Iliade, ed Arturo, che compare nell’Odissea, libro V (vv. 270-277), alla descrizione della navigazione di Odisseo. Ma concentriamoci sul testo citato.

Il termine segni rende il greco tà teírea (τὰ τείρεα). Per capire tale termine bisogna sfogliare, oltre un dizionario di greco, anche la Suda, un’enciclopedia bizantina del secolo IX che riporta migliaia di voci provenienti da fonti d’ogni tipo, alcune delle quali andate perdute al giorno d’oggi.

La Suda dà una definizione lapidaria di teírea: significa τὰ ἄστρα (tà ástra), “stelle”, “sistema di stelle”, “costellazione”.  Stessa definizione è data da Esichio e la si ritrova anche nel Lessico Omerico di Apollonio.

Ma c’è una cosa curiosa. Il termine teírea, reso come “stelle”, “costellazioni”, è il plurale di téras (τέρας), “mostro”, “prodigio”, “meraviglia”.

Per il mondo miceneo quindi, gli astri, (stelle e le costellazioni), sono prodigi del Cielo.

Il fatto che sia stato usato un termine che rende la natura mirabile del cielo in luogo del più semplice e diretto ástra, potrebbe comunque essere un artefatto, un termine ricercato che l’autore del testo ha inserito in luogo di un termine più banale, forse e soprattutto per questioni di metrica o melodia. Ancora una volta va ricordato che i poemi omerici erano cantati o recitati e la recitazione comportava necessariamente un ritmo. Forse teírea era più adatto in termini di ritmo o di assonanza del termine ástra.

O forse no. Forse potrebbe davvero essere un termine dal quale traspare il concetto che il mondo miceneo aveva del Cielo stellato. Potremmo essere dinanzi ad un’eco di quella prima meraviglia, o timore, che spinse l’Uomo a disegnare costellazioni. Una sorta di fossile culturale delle meraviglie di tempi passati. Del resto non dimentichiamo che ancora in epoca omerica la divinità era viva e presente nella vita dell’uomo greco.

 

2. Animismo omerico?

Ed era una divinità antropomorfia, ma in alcuni casi preserva tratti animaleschi. Si pensi ad Atena dagli occhi di civetta, per esempio, o alle tante trasformazioni di Zeus in animale. Ancora alle varie mutazioni in animali: i mirmidoni, i guerrieri di Achille, si dice discendessero dalle formiche o da Mirmidone, figlio di Eurimedusa e Zeus mutato in formica. Insomma, Si pensi alle ninfe, vere e proprie entità che abitano monti, alberi, fiumi, mari. La stessa Teti, madre di Achille è una ninfa marina. Se non è totemismo questo.

La divinità comanda il destino degli uomini, si muove al fianco dell’Umanità, invisibile, guidandola ed a volte possedendo l’essere umano. E poi c’è l’essere umano, che non è un ente unico, ma un insieme di tanti pezzi diversi: oltre al sō̂ma (σῶμα), “il corpo”, v’era la psychḗ (ψυχή ), “l’anima”(che s’invola nell’Ade); la phrḗn (φρήν), “la razionalità” (I consigli di Nestore); il thymós (θυμός) “l’emotività” (il furore di Achille); la noûs (νοῦς ), “l’intelligenza” (I torti pensieri di Odisseo).

Gli dei abitano l’Olimpo e tra questi si contano divinità astrali. Nell’Odissea si fa menzione ad Helios, il Sole personificato. La Natura è quindi viva.

Pare quasi di leggere delle note animiste e totemiche, con una propensione allo sciamanesimo di tanto in tanto. Quello descritto è quindi un mondo arcaico, ma percorso ancora da echi, sussulti di mondi e concezioni decisamente più remoti.

 

3. La miriade invisibile

Non stupisce che stelle e costellazioni fossero considerate prodigi, meraviglie. E non stupisce che l’Orsa guardi Orione e mostri addirittura paura. Le stelle, le costellazioni sono vive! O forse sono solo esagerazioni poetiche? Ma si ricorda che la stessa Orsa è una creatura umana mutata in orso. Quindi si, può essere che tutto questo sia un’esagerazione poetica.

Ma l’ombra del totemismo è sempre lì. A mettere il dubbio.

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Busto di Esiodo. Credi: Wikimedia.

Un altro autore, dalla tradizione ritenuto contemporaneo di Omero, è Esiodo, che visse a metà tra i secoli VIII a.C. e VII a.C.; l’autore è noto per la Teogonia, nella quale viene ripercorso per la prima volta la creazione del Mondo e degli dei, e Le Opere e i Giorni; qui, prendendo spunto dalla corruzione di giudici che hanno permesso al fratello di rubargli l’eredità, l’autore illustra precetti morali e consigli. Esiodo scrive ne Le Opere e i Giorni (vv. 252-255):

Trentamila, infatti, sulla terra nutrice di molti, sono gli immortali inviati da Zeus, custodi agli umani mortali, i quali ne osservano appunto le cause e le opere nefande; essi, vestiti d’aere, si aggirano su tutta la terra.

Gli immortali di cui Esiodo parla, sono ciò che precedentemente ha etichettato sotto il termine di daímōn (δαίμων), “spirito”, “demone”, “nume”. Il termine è equivalente al termine latino numen, “nume”, un termine complesso nella traduzione. Si potrebbe tradurre grossolanamente come un’entità o agente naturale maldefinito. Esiodo parla dei demoni ancora ne Le Opere e i Giorni (vv. 109-126) quando illustra la graduale decadenza della razza umana da uno stato di beatitudine ancestrale, la mitica Età dell’Oro:

Dapprima un’aurea generazione di uomini mortali crearono gli immortali, abitatori delle case d’Olimpo: s’era ai tempi di Crono, quando egli regnava sul cielo. Gli uomini vivevano come dei, avendo il cuore tranquillo, liberi da fatica e da sventure; né incombeva la miseranda vecchiaia […] Ma dopo che la terra ebbe nascosto i loro corpi, essi divennero spiriti venerabili sopra la terra, buoni protettori dai mali, custodi degli uomini mortali; e sorvegliano le sentenze e le opere malvagie: vestiti d’aria, si aggirano su tutta la terra, datori di ricchezze: essi ebbero quest’onore regale.

Qui il termine spiriti venerabili traduce daímōnes, “demoni”. Quello che emerge dai due pezzi, oltre al mitema ricorrente dell’Età dell’Oro, è la compresenza di creature spirituali, le quali si aggirerebbero tra i viventi.

Ne Le Opere e i Giorni, ed anche nella Teogonia, ci sarebbe quindi l’eco di credenze animiste. Si parla ancora di spiriti naturali come le ninfe, uomini nati dagli alberi e dalle rocce. La Teogonia riprende, tra i tanti, anche scontri tra gli dei e creature mostruose come giganti e mostri. Nello scontro tra Zeus ed il mostro titanico Tifone (forse di derivazione orientale) potrebbe nascondersi, per esempio, la cataclismica eruzione di Thera, avvenuta a metà del secolo XIII a.C..I dettagli della battaglia sono spudoratamente la descrizione della devastazione di un’eruzione vulcanica e lo stesso Tifone ricorda la furia di un vulcano in eruzione.

Ancora nella Teogonia si parla di Urano, il Cielo e Gaia, la Terra. Ancora divinità celesti sono Notte, Giorno, Etere, Eos (L’Aurora) ed Astreo (Il Tramonto) e le stesse stelle di cui son figlie! La Natura è viva. Ed il Cielo non è da meno.

 

4. Echi dal passato

Il mondo dipinto nei poemi omerici e nel mondo di Esiodo è quindi carico di divinità ed entità spirituali, con forti scampoli di credenze animiste. La manifestazione di un mondo che ancora nella Roma arcaica trovava il suo corrispondente nel termine numen, “spirito”, “genio”, un termine troppo vago, che qualcuno traduce con il termine polinesiano di mana, forza vitale. Nulla vieterebbe di vedere in queste entità del mondo arcaico residui di temi più remoti, in cui la Natura era vista come viva, abitata da entità invisibili che interagivano con l’uomo e che l’uomo greco ha reso umane. Sono gli ultimi bagliori d’un’Umanità fanciullesca e delle sue tradizioni primordiali.

Si potrebbe davvero dire come l’uomo del mondo miceneo guardasse al cielo stellato: con meraviglia, stupore, rendendolo vivo, animandolo. Così come faceva con il resto del mondo naturale. Se quindi quelle di Omero ed Esiodo non sono licenze poetiche, si può dire che davvero il miceneo avesse, serbasse ancora vaghi ricordi di concezioni naturali animiste ancestrali erano echi di tempi e tradizioni passate, remote.

Ma quegli echi, che traspaiono dai testi arcaici, avrebbero trovato la loro fine sotto i colpi della razionalità del secolo V a.C..

Simone Lentini.

 

Fonti

Omero, di Codino F. (2014): Odissea. Einaudi.
Omero, di Calzezzhi Onesti, R. (2014): Iliade. Einaudi.
Esiodo (1979): Le Opere e i Giorni. Bur.

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